La coltivazione del nocciolo sta ricevendo un nuovo impulso negli ultimi anni a seguito delle dinamiche economiche internazionali di forte oscillazione del prezzo e della domanda interna in costante crescita, legata alla richiesta di prodotti trasformati sempre più di qualità e possibilmente bio ed a filiera corta. Le varietà italiane infatti sono estremamente ricercate e sono le più rinomate per le loro proprietà organolettiche.  

L’Italia è il primo produttore europeo di nocciolo ed è al secondo posto della produzione mondiale con il 13% del totale. Il primo produttore con il 70% del totale è la Turchia, il cui prodotto è però inferiore a quello italiano sia per varietà che per caratteristiche del frutto (non deiscente) che per problematiche legate alla conservazione post raccolta (aflatossine). Gli altri paesi emergenti che stanno puntando sulla nocciola sono Cile e Georgia. L’Italia presenta 71.520 ha coltivati a nocciolo (ISTAT 2018) e produce circa 120.000 ton/anno. La prima regione produttrice è il Lazio (39% c.a della produzione concentrata nella provincia di Viterbo – Bio Distretto Armerina), segue la Campania (prov. di Avellino con il 34%, poi il Piemonte (CN) con il 16%, ultima ma in crescita la Sicilia (10% c.a.). Le varietà sono legate alla zona di produzione: Tonda gentile Romana DOP nel Lazio, Nocciola Giffoni IGP in Campania, Tonda Gentile Trilobata in Piemonte, Siciliana o “Nostrale” in Sicilia e più di recente la Tonda Francescana sviluppata dall’università di Perugia. 

L’Italia importa circa il 43% del suo fabbisogno pari a circa 85.000 ton, di cui il 30% dalla Turchia, della quale nel contesto internazionale, risulta il primo acquirente di nocciole sgusciate. 

Il nocciolo rappresenta un coltura redditizia se consideriamo che con 400 piante ad ha (sesto di impianto 6x4,5 m) si possono produrre 20 q.li frutti/ha con un prezzo di vendita del frutto intero che oscilla tra i 300 e i 500 €/q.le in funzione della sua qualità (legata principalmente all’epoca di raccolto e alla varietà coltivata) e che una volta sostenuti i costi di impianto (8.700 €/ha c.a.) e attesi i primi 7-8 anni per l’entrata a regime della produzione (costi medi annui di gestione dal 10° anno, pari a circa 4.000 €/ha) , è una coltura molto longeva (produttiva fino a 35-40 anni) e completamente meccanizzabile in terreni con pendenze limitate. In termini di tecnica colturale, le operazioni più dispendiose in termini di manodopera sono la potatura e la raccolta. Le avversità maggiormente temute sono la Cimice asiatica Halyomorpha halys, che determina un danno permanente della qualità del raccolto con conseguente deprezzamento (il c.d. “cimiciato”) e per la quale sono molto utili piani di monitoraggio della presenza dell’insetto; possibile anche l’insorgenza di marciumi radicali e nematodi.

Dal punto di vista nutrizionale la nocciola è ricca di acido folico (Vit. B9) e vit E oltre che essere una buona fonte di minerali (potassio, magnesio e fosforo). 

Per tutte queste ragioni c’è stata una forte spinta da parte delle ditte di trasformazione italiane a garantirsi una produzione il più possibile italiana e locale sia per la maggiore qualità varietale che per le problematiche legate al prezzo e al contenuto in aflatossine dei prodotti esteri e non EU. C’è inoltre una sempre maggior sensibilità del consumatore per prodotti tradizionali, a filiera corta e Biologici. 

Primo fra tutte il gruppo Ferrero ha lanciato nel 2017 il “Progetto Nocciola Italia”, che propone accordi di filiera ai consorzi forestali e alle associazioni di categoria delle varie regioni, volte ad aumentare la coltivazione di nocciolo di almeno 20.000 ha nei primi 7 anni, entro il 2025. Al coltivatore viene garantito il ritiro del 75% del prodotto a prezzo minimo garantito ed una serie di servizi di assistenza tecnica e di formazione, l’individuazione delle aree maggiormente vocate dal punto di vista pedo-climatico, oltre ad accordi con istituti bancari per finanziare gli investimenti necessari per l’impianto fino all’entrata in produzione dei nuovi noccioleti. 

Parimenti anche altre ditte di trasformazione come Gruppo Besana, Loacker e Elah-Dufour- Novi si sono attivate per sottoscrivere accordi di filiera con consorzi locali. 

L’aspetto negativo di tale spinta è la diffusione un po’ indiscriminata del nocciolo quale monocoltura intensiva su terreni non particolarmente vocati con effetti negativi ambientali per l’uso di fertilizzanti, prodotti chimici per il controllo dei fitofagi e risorse idriche. Si crea inoltre una concorrenza con i piccoli produttori artigianali di qualità elevata, appartenenti a microfiliere più tradizionali, diffuse solo a livello locale e spesso più rispettose dell’ambiente. 

In linea con questo rinnovato interesse per il nocciolo molte regioni stanno sviluppando misure dedicate a sostegno della corilicoltura nell’ambito dei propri PSR, sia pur non sempre simili tra di loro.

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